L’università è il tempio del sapere, è la più alta istituzione di formazione professionale e umana, lavorativa e sociale. In quanto tale, dovrebbe garantire la libera fruibilità del sapere a qualsiasi studente sia intenzionato ad accedervi e, invece, la stragrande maggioranza degli Atenei italiani tende a restringere il campo dei fruitori secondo logiche nozionistico-attitudinali ed economiche.

Le prime sono regolate attraverso l’introduzione sempre più diffuso del numero chiuso, o talvolta detto programmato, che limita le immatricolazioni al numero di studenti che il corso di laurea, per parametri economici o organizzativi, può permettersi di mantenere. I cosiddetti test d’ingresso non sono in grado di valutare effettivamente quale sia la preparazione di base con cui il futuro studente si accinge ad intraprendere la sua carriera universitaria perché, in gran parte, strutturati secondo criteri meramente nozionistici. Ma non è l’unico aspetto negativo. Essi seguono la logica della competizione tra studenti, mettono il singolo nella condizione di non fidarsi di nessuno se non di sé stesso, spingono lo sfortunato studente medio, fresco di maturità, ad esasperare il contesto di sfida che già quotidianamente si respira nella società in cui viviamo.

Le logiche economiche invece limitano il libero accesso ai saperi in maniera molto più subdola. Non c’è un test basato su nozioni a sbarrare il passo, bensì il censo, il ceto, l’estrazione sociale che condizionano l’ingresso nel mondo degli studi universitari. Troppo spesso negli ultimi anni si è assistito – e per la verità si continua a farlo – ad Atenei che aumentano la tassazione, scoraggiando sia le future matricole, sia gli studenti iscritti che, a causa della condizione familiare ed economica, abbandonano ogni idea di apprendere nuovi saperi. Certo, ci sono le borse di studio erogate dagli enti regionali per il diritto allo studio, ma molto spesso (e questo accade in particolare negli atenei del nostro Mezzogiorno) i fondi messi a disposizione non sono sufficienti a coprire tutti gli idonei, generando la condizione del cosiddetto idoneo non beneficiario che si ritrova nella paradossale condizione di avere tutti i parametri necessari per ricevere un sussidio economico, ma non lo riceve perché i fondi, che gli avrebbero garantito una vita universitaria dignitosa, non sono abbastanza.

Sono questi i meccanismi che hanno portato, dati statistici alla mano, ad un calo vertiginoso non solo degli immatricolati ma anche degli iscritti e, di conseguenza, dei laureati da dieci/quindici anni a questa parte. È paradossale come l’Italia, il nostro Belpaese che è esportatore di una cultura meravigliosa fatta di quel giusto connubio di arte e scienze che da sempre ci connota investa sempre di meno nell’istruzione e nella ricerca universitaria.

È in nome della nostra cultura, dei nostri saperi tecnico-scientifici e artistici, del nostro stesso futuro, che noi studenti dobbiamo (non “dovremmo”, ma “dobbiamo”) lottare per conquistare il diritto ad un accesso allo studio svincolato da logiche nozionistiche ed economiche. Dobbiamo riaffermare l’idea che la cultura non può e non deve essere messa in secondo piano col fine di privilegiare gli aspetti economico-finanziari e questo lo si può fare solo se ognuno di noi, studenti e non, è consapevole del proprio ruolo di agente del sapere, di portatore di un bagaglio di saperi che è in continua evoluzione, che va condiviso e che può essere ampliato solo aprendo le porte.

Del resto, chiudendosi in casa non si è mai imparato nulla.

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